Gianna Bentivenga

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APOKATASTASIS

La cruda rappresentazione della tragicitÓ dell'esistenza umana Ŕ riconoscibile in ogni particolare dell'opera di Gianna Bentivenga. Disagio del vivere che viene tradotto sulla tela con un approccio psicologico al soggetto, con una forza espressiva che sconvolge, una brutalitÓ dei temi rafforzata a volte dall'intensitÓ del segno grafico, altre dalla pastositÓ dei fondi giocati sui toni cromatici caldi degli ocra, gialli e arancioni come avviene per il ciclo delle Marionette.

Le figure nude inserite in un contesto anonimo sono immerse nel loro isolamento, ripiegate su se stesse come in Solitudine, pensate come uomini e donne protagonisti di una vita violenta e per questo spesso sconfitti dagli eventi: La Lotta, feriti moralmente e fisicamente, attoniti davanti il dolore come accade in Senza Titolo. Gianna Bentivenga dipinge una realtÓ dura e sconvolgente e, senza sconti, la rappresenta con un registro espressivo molto ricco che nasce dalla sua innata capacitÓ pittorica. Il segno della matita, del carboncino o dei pastelli colorati, a tratti sinuoso, altrimenti teso e nervoso, ma sempre deciso, definisce le figure in modo evidente e sicuro; la linea che modella i corpi riesce a mantenere alto il grado di espressivitÓ pur rimanendo puro contorno e il colore, spesso relegato allo sfondo, rafforza la manifestazione del dato emozionale.

Se da una parte in alcuni dipinti si avverte lo studio accademico, ci˛ avviene perchŔ dietro alle opere di Gianna c'Ŕ un mondo pittorico che affonda le proprie radici nella storia dell'arte, nell'espressionismo tedesco e austriaco dei primi anni del 1900, e ci˛ Ŕ un vanto. Nulla nasce dal nulla, i modelli nell'arte esistono ed esisteranno sempre, per fortuna. La sua pittura ci fa andare indietro nel tempo, quando gli artisti non temevano di denunciare orrori e ipocrisie gridando al mondo la propria rabbia e il proprio dissenso.

Gianna Bentivenga guarda dentro e fuori di sŔ e concretizza in punta di pennello le proprie visioni spesso tragiche e spaventevoli, come in Cerebrali fantasmagorie in cui una figura ripresa di spalle scappa spaventata di fronte alla visione dell'uomo nero inquadrato in uno sfondo scuro, metafora della paura di ci˛ che ci riserva il futuro.

Ci˛ che colpisce nei dipinti Ŕ la tensione nervosa che sottende a ogni sua creazione.
Le figure sono pronte, scattanti, mai dome, percorse da un fremito vitale che si oppone alla dissoluzione di un mondo che si sta disfacendo, soccombendo sotto il peso della negativitÓ invadente. I corpi degli uomini e donne rappresentati, senza connotazione evidente, sono spesso in punta di piedi, ripresi in una danza che Gianna in un dipinto chiama Danza esistenziale o pronti a scappare davanti ad allucinate visioni.

╚ chiaro per˛ che il senso del tragico e del dramma pur sempre presente nelle sue opere, non le Ŕ completamente congeniale, e se la sensazione di solitudine Ŕ evidente in un'opera come In trappola, dove la figura Ŕ posta al centro della composizione, bloccata, chiusa in una scatola le cui pareti la costringono imponendo un senso di soffocamento e claustrofobia, altrettanto, in altre prove, lo Ŕ la voglia di riscatto, di liberazione dell'anima, di ristabilimento dell'ordine delle cose o Apocatastasi come bene indica il titolo del trittico che Ŕ il perno intorno a cui s'incardina il senso della mostra. Prima le mani e un piede, poi parte del corpo, infine la figura intera. Uno sforzo sovraumano e poi finalmente un piccolo uomo contorcendosi riesce a uscire dalla sua gabbia, riesce a spostare i muri per liberarsi dai vincoli impostigli da chissÓ chi, chissÓ quando. ╚ la vittoria della volontÓ di vivere contro tutte le avversitÓ della nostra esistenza. ╚ la rappresentazione dell'eterno passaggio tra l'aldiqua e l'aldilÓ, un discorso che per Gianna Bentivenga rimane aperto a nuove esperienze figurative che, ne sono certa, non tarderanno ad arrivare.

Federica Luser

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