Gianna Bentivenga

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Anime Inquiete

L'orrore, la volgarità, l'assenza di valori sono sotto gli occhi di tutti, ma dipingere il vuoto richiede un notevole sforzo d'immaginazione. E la fantasia dell'artista corre verso l'unico dato certo e inconfutabile, quello della presenza del sè in quanto individuo, in quanto rappresentante di un'umanità prostrata e incredula davanti tanto dolore.
Così, seppur in modo diverso, Claudia Cervo, Gianna Bentivenga e Consuelo Rodriguez mettono, sotto la luce dei riflettori, con disincanto, verità che fanno male.
È una pittura che urta la suscettibilità dei più perchè non offre alcuna gioia immediata, perchè mette a nudo verità nascoste o dimenticate, toccando corde che credevamo sopite. E' una pittura che ci fa andare indietro nel tempo, quando gli artisti non temevano di denunciare orrori e ipocrisie gridando al mondo il proprio dissenso - da Munch, Schiele, Kokoschka, Paula Modersohn Becker, Kate Kollovitz, agli espressionisti tedeschi al completo e poi Otto Dix e Grosz -. Tutti pittori di area tedesca, la stessa aria che respirano Cervo e Rodriguez a Trieste, città più vicina al mondo germanico che a quello meridionale, e Bentivenga che a Berlino ci ha lavorato e vorrebbe tornare. Nessun timore dunque a guardare in se stesse e nel mondo alla ricerca di una risposta per l'angoscia del presente e i dubbi per il futuro, proiettando le proprie visioni sulla tela.
Il loro rapporto con la figura va molto al di là della resa del reale, il corpo diventa metafora dell'umanità che presentano nuda, spogliata da ogni da ogni sovrastruttura e lasciata sola davanti alle proprie angosce esistenziali.

Claudia Cervo fissa il corpo sulla tela di juta con una abile gioco di chiaroscuri definiti da una prepotente linearità sottolineata dall'uso dello spago che a volte delimita le campiture, altre deborda, lanciando linee di fuga verso lo spazio, altre ancora instilla la linfa vitale in braccia e gambe che si animano in un lento ma costante fluire.
La figura è sola con le proprie emozioni, muta con il proprio dolore, immobile con le proprie sconfitte, smarrita dinanzi l'ineluttabilità della vita. Il senso di solitudine e di dolore piega il corpo Senza senso (2007), lo fa cadere sulle ginocchia, lo contrae contorcendolo fino a giungere alla posizione fetale, Frammentazione (2007) alla ricerca di quell'unico momento di pace, di non coscienza nè conoscenza riconducibile allo stato pre-natale.
La figura dipinta appare svuotata della propria individualità, Sguardo su niente (2007), si presenta in forma anonima, per lo più senza volto o comunque caratterizzata in modo approssimativo, quasi a testimoniare la propria esistenza incompiuta. Anche il contesto è privo di qualsiasi connotazione, aspetto che amplifica il senso d'isolamento in cui si trova l'essere umano.

Diversa appare l'opera di Gianna Bentivenga. Provocatoria e drammatica, la sua pittura è espressione del tumulto dei nostri giorni e sconvolge come un pugno alla bocca dello stomaco. E' la trasposizione in immagini della difficoltà del vivere, di quello stato d'animo che scaturisce dal malessere diffuso percepito a tutti i livelli della nostra quotidianità. E' il grido di dolore di una giovane donna che denuncia con violenza il degrado dell'umanità e che a esso si ribella con forza. Un fremito d'inquietudine percorre le tele. Le figure dipinte in punta di pennello con un segno grafico assolutamente incisivo, sono in continuo movimento, percorse da vibrazioni intense che le agitano. In Danza esistenziale (2000) i piedi sembrano non toccare il terreno, costringendo i corpi in articolati passi di un ballo eccitato e nervoso. La linea spezzata che li delinea incide molto sulla loro espressività, sottolineata ancor di più da una scelta di colori dall'impasto leggero ma steso a pennellate decise che si sovrappongono al segno grafico con foga. Nel ciclo delle marionette Marionetta (2006), Dissoluzione (2005) e Pareti (2005) il senso di solitudine e di abbandono sono resi invece da una scelta cromatica calda e intensa, giocata sui toni dell'ocra, del giallo e del marrone, stesa a pennellate larghe e omogenee da cui spicca la figura, perfettamente disegnata e appoggiata alla parete, sostegno e al tempo stesso muro invalicabile.

Consuelo Rodriguez invece genera le proprie figure dallo sfondo. Il pensiero si fa immagine. Lievemente, a fatica prende forma, si e ci pone delle domande. Apparizioni meditate a lungo e per questo così efficaci. I soggetti dei suoi quadri non sono mai da soli ma interloquiscono con il loro doppio come in Urlo silente (2006) o dialogano tra loro come in Ombre dimentiche (2006) o ancora pongono interrogazioni come in Conoscersi quanto? (2006). Frasi mute e interlocutorie che preludono a un mondo diverso con radici profonde ancorate su antiche verità.
Le figure scaturiscono da un immaginario che si concretizza in sfondi di una bellezza rara per la sapienza degli impasti stesi a strati, a toni sovrapposti che ci accompagnano in una dimensione onirica che sottolinea il senso di sospensione che ammanta molti dei dipinti di Consuelo Rodriguez. La scelta della cromia giocata su gradazioni di rosso, ocra, blu, grigio creano un'atmosfera di attesa, in cui ogni rapporto con la vita reale è dimenticato, nessun appiglio con oggetti che possano ricondurre alla quotidianità. I corpi tratteggiati con un gesto grafico sempre molto sicuro appaiono senza alcuna connotazione: uomini e donne troppo concentrati alla ricerca del sè per lasciar spazio ad altro.

Così canta Alda Merini: "Corpo, ludibrio grigio/ con le tue scarlatte voglie,/ fino a quando mi imprigionerai?/ Anima circonflessa, /circonfusa e incapace,/ anima circoncisa,/ cha fai distesa nel corpo?"*
Così tre donne affidano al linguaggio del corpo i propri pensieri.

* (da Alda Merini, Fiore di poesia, 1951-1997, Einaudi, 1998)

Federica Luser

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