Gianna Bentivenga

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Le introspezioni pittoriche di Gianna Bentivenga

Se nel variegato panorama artistico contemporaneo, complice il generoso caos che ammette ogni proposta e regala scampoli di gloria al nulla prodotto da tanti campioni della mediocrità, si fatica a individuare una linea coerentemente maggioritaria, un carattere ampiamente condiviso dai giovani "operatori estetici" può rilevarsi in quella sorta di compiaciuto disimpegno che elude ogni problematicità per votarsi al piacevole e al ludico. Il gioco, si sà, ha sempre rappresentato un'accogliente dimora per ogni espressione della creatività e se l'arte è davvero lo specchio dei tempi, mai come oggi risulta insensato gridare allo scandalo per la debordante superficialità di tante proposte.

All'ampio fronte della vacuità tuttavia se ne contrappone un altro, molto meno imponente, che se certo non brilla per forza innovatrice non sembra però tradire quella particolare vocazione per l'analisi e l'introspezione che può condurre alla riflessione critica sulla contemporaneità. In questo fronte minoritario e prezioso si possono inserire anche i lavori di Gianna Bentivenga, una giovane artista evidentemente orientata verso una ricerca introspettiva che sembra finalizzata all'individuazione dei più riposti moti dell'animo e alla possibilità di scandagliare e riconoscere i sentimenti e le ansie che indistintamente sostanziano le profondità dell'io-comune.

Nelle figure della Bentivenga il disegno non definisce, non inscrive, così come il colore non riempie, non dà peso e corpo alle forme. L'artista disegna spesso col colore, un colore che sembra inizialmente perdersi in mille incerti percorsi filamentosi ma che invece si dimostra capace di dare solidità e coerenza alle immagini che subitamente si presentano con un connotato fortemente icastico.

Da vera espressionista (chiaro il suo riferimento a Ensor nonostante la diversa densità materica e la ridotta varietà cromatica), Gianna sente la forma come la partorisce la coscienza e, con una facilità solo apparente, la traspone sul supporto con una sommarietà virtuosisitica piena di un dolore che viene dal mestiere di vivere.

Scaturite da un processo formativo complesso quanto sofferto, queste opere portano i segni della disfatta dell'uomo, dell'abbrutimento, della colpa, della silente e logorante sofferenza, ma anche della sopravvivenza di quell'intaccabile e insopprimibile dignità che malgrado tutto lascia aperta la via del riscatto e della riabilitante espiazione.

Da tale impietoso e coraggiosissimo percorso di scavo Gianna Bentivenga trova la via per rintracciare, recuperare e riscattare, celebrandole pittoricamente in modo antiretorico, le inquietudini più recondite e le superstiti qualità dell'uomo.

Andrea Romoli Barberini

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