Gianna Bentivenga

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Danza Esistenziale

Figure, spazi, misurazione della sensibilità, questo nel lavoro di Gianna Bentivenga. Il corpo vive nella sua posizione, esprimendo sé stesso, ed una personale tensione si concretizza nelle forme della composizione: è così nei segni che costruiscono le figure, con il carboncino, con scure pennellate di tempera o di olio, è così nelle campiture che definiscono lo spazio, ocra, gialli, rossi, viola.

Composizoni dove il segno incisivo indaga nella profondità della materia ed il colore diventa simbolo di stati d'animo. Vibrazioni prodotte dall'individuo riempiono il vuoto circostante, colorandolo. Una costruzione essenziale basata sul binomio uomo-spazio, una riduzione capace di sottolineare momenti dell'esistenza, rivelati da una ricerca introspettiva che offre al pubblico l'impatto con una realtà effettivamente dura, priva di estetismi.

Il Silenzio (1998) è una presenza che nel suo modo di essere riempe lo spazio. Una testa piegata in primo piano trova il suo punto d'appoggio nella mano su cui scarica il peso fino al gomito sospeso nel vuoto: qui è lo scarto tra la massa e lo spazio circostante, dove la forma, chiusa nel suo volume modulato di nero, assenza visiva di suoni, trova il punto di fuga verso l'osservatore e lo raggiunge avvolgendolo con il suono del silenzio. Ma il silenzio è una condizione estrema che nasconde il suo corrispettivo e la deflagrazione apre su di una realtà ... sulla Deturpazione (1998) di un corpo steso nella profondità di uno scorcio prospettico, una figura che alza la mano nel gesto della difesa.

La materia vive di pulsioni originarie che reagiscono e s'impongono nell'esperienza della realtà. L'intensità dell'esistenza, nell'alternarsi di momenti costruttivi e distruttivi, raggiunge una particolare profondità in Senza titolo (2000). Un succedersi di piani procede verso l'osservatore, sul chiaro del supporto si stagliano pennellate di terra di siena miste al giallo che spingono in avanti una figura in maternità, costruita con segni di carboncino e tempera nera; pulsioni di vita e pulsioni di morte si manifestano parallelamente: l'espansione della gravitanza nella pienezza del ventre bilanciato dal volume della massa di capelli, è opposta dalle colature di sangue che segnano il seno, la pancia, il braccio.

Non parlerei di femminilità in dissoluzione, ma di condizione dell'essere umano raccontato dal punto di vista di una donna.
L'esperienza del dolore si sublima nella rappresentazione, provocando deformazioni come possibili soluzioni; in questo modo si supera il confine tra una visione oggettiva della realtà e la profondità raggiunta nella conoscenza della fisicità: la figura si trasforma ai limiti del fantastico e la disarticolazione sovverte la logica dell'immagine, sproporzioni anatomiche raccolgono l'attenzione dell'osservatore e lo trasportano nelle lacerazioni della materia, sintomi di tormenti emotivi. The big foot (2003) è un dipinto in cui viene raggiunta una sintesi compositiva nell'identità tra figura-posizione-prospettiva. E' la figura con la sua posizione a strutturare la spazialità: l'orizzontale nel fondo composta dal susseguirsi di braccio- testa-busto che si rivelano nella loro parte scheletrica, poi la diagonale della gamba, mostrando la sua rossa interiorità, spinge fino al piede che occupa il primo piano e si rivolge con la pianta verso l'osservatore, attirandolo all'interno della composizione, dove la scarnificazione della figura lacerata nel suo essere richiama inevitabilmente le ferite personali di chi osserva: "la vera comunicazione nasce dall'incontro di due lacerazioni" diceva Bataille.

Ma la deformazione ha un suo senso estetico: è la capacità di affermare sé stessi che nasce dalla trasgressione di un'imposizione. Dissoluzione (2005) ci propone una figura femminile seduta, appoggiata ad una parete viola con colature rosso sangue, la testa inclinata sulla spalla da dove parte un braccio la cui unica possibilità è la sproporzione, infatti, si allunga esageratamente fino a superare con la mano la gamba piegata: è la sua reazione alla vita, la volontà di sovvertire una condizione autoritaria. Così il protagonista di Pareti (2005), schiacciato al muro nella sua posa verticale, china la testa e copre con l'incrocio delle braccia, la lacerazione del suo corpo che parte dalla natica per arrivare fin sotto il ginocchio: domina, però, in questa costruzione, l'ingrandimento di una mano che, in proporzione, diventa più forte di qualsiasi altro elemento: attraverso uno squilibrio l'informe apre una nuova dimensione.
L'esperienza vissuta, nel suo incontro con la materia pittorica, viene trasformata dal potere eversivo dell'arte. E se osserviamo bene, scopriamo che il femore della figura in The big foot è ribaltato: ecco, il punto chiave da cui l'artista ci conduce nel mondo dell'arte che è il mondo all'incontrario, dove tutto è sovvertito.

Resta lucido, comunque, il contatto con la realtà. Spalle al muro (2005) nella condizione esistenziale in cui l'individuo misura la propria presenza rispetto la spazialità che lo circonda, attraverso variazioni di toni di giallo, fra i quali la figura trova la sua definizione per mezzo dei segni di carboncino che costruiscono una forma nella propria attitudine.

E poi ... l'osservazione della natura prende forma in una serie di incisioni.
La scelta di frammenti di paesaggio, dove la realtà sconfina nella meraviglia: un omaggio alla propria terra d'origine, rappresentata dai Sassi, complessi di grotte presso Matera. Questo è il tema svolto nella sequenza di Sectione I, II, III, IV (2003, acqueforti su rame e zinco): qui, la ricerca della distribuzione spaziale, alterna dei vuoti ai pieni della materia, componendo immagini di sensibilità "informale". Ed ancora, paesaggi europei, nei linoleum del 2000, dove campi, alberi, sentieri, aperture nel cielo, si relazionano nella struttura della composizione, in cui stabiliscono le direzioni dei piani: le orizzontali dominanti in Kalmthout (Germania), diventano diagonalità prospettica in Latem (Belgio): nell' alternarsi di vuoti e di pieni, giochi di segni costruiscono geometrie della natura.

Un percorso quello di Gianna Bentivenga che, nell'abilità di tecniche diverse, si sposta dalla perlustrazione dell'interiorità umana all'analisi dell'oggettività naturalistica, trasportando i diversi elementi nella dimensione del linguaggio artistico personale.

Roberta Gabriello

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